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Paolo Altieri

designer

​Napoletano d’adozione, si forma all’ISIA di Urbino sotto la guida di Michele Provinciali e Alfred Hoennegger.
Inizia la sua attività come libero professionista, prima ad Ascoli Piceno poi a Roma e Milano.
Nel 1990 si trasferisce a Napoli dove fonda JFK associati, uno studio di progettazione multidisciplinare specializzato in comunicazione visiva, sistemi di corporate identity, allestimenti e segnaletica. Tra i clienti istituzioni, enti, aziende pubbliche e private. Per diversi anni è anche responsabile della progettazione editoriale di Electa Napoli.
Dal 1994 al 2002 insegna e coordina il corso di comunicazione visiva dell’ISD di Napoli, oltre a tenere, presso scuole e università, lezioni e seminari su comunicazione e corporate image.
Dal 2008 prosegue la sua attività come Altieri associati, di cui è direttore creativo, principalmente come consulente per la comunicazione (strategia e design) di aziende e istituzioni.
Dal 2010 coordina l’area comunicazione dello studio di progettazione AD+ a Tianjin in Cina.

Sandra Dipinto

Designer

Napoletana, si è diplomata nel 1993 all’ ISD Istituto Superiore di Design col massimo dei voti. Allontanandosi dalla tradizione con l’utilizzo di materiali alternativi, in particolare il PVC, e sviluppando forme inusuali, a volte tridimensionali, che dal corpo vanno ad invadere lo spazio, le sue creazioni sono espressione della volontà di rompere con gli schemi del passato e di una solida fiducia nelle nuove idee esoluzioni concettuali e formali scaturite in un’atmosfera permeata dall’esigenza di cambiamento e di rinnovamento culturale. Il ricorso al PVC, materiale leggero, flessibile e non costoso, le permette di creare collier, anelli, bracciali che, abbinati a pietre dalle forme pure e geometriche, testimoniano un interesse tutt’altro che superficiale per la ricerca contemporanea: il tentativo di rinvenire forme di equilibrio tra il naturale e l’artificiale, di stabilire un dialogo tra questi due mondi, passa per una non facile ironia, le pietre naturali si traducono in forme pure e levigate, mentre la plastica diventa paradossalmente organica, lieve, un’onda, una foglia. I ruoli s’invertono. Particolarmente significativa la collaborazione dal 1999 ad oggi con  lo studio  di Rossana Buriassi a Milano per la creazione di accessori originali per stilisti quali Valentino, Dolce e Gabbana, Armani Privè, Thierry Mugler, Prada, ma anche Coccinelle,  Guerriero, Alessandro de Benedetti ed altri.

Luciano Romano

fotografo

All’origine del lavoro fotografico di Luciano Romano c’è il teatro; all’età di 25 anni riceve il primo incarico dal Teatro di San Carlo, frequentando in seguito il Teatro alla Scala ed altri palcoscenici internazionali. Tra i suoi interessi figurano anche l’arte e l’architettura contemporanea, con lavori in collezione presso istituzioni quali il MAXXI di Roma. Ha collaborato con artisti come Robert Wilson, Shirin Neshat, con il vincitore del premio Oscar Tim Yip, Peter Greenaway con il quale ha realizzato l’installazione “Italy of the Cities” per l’Expo di Shanghai nel 2010 e l’Armory di New York, dove il regista ed artista britannico si è avvalso di un corpus di fotografie firmate da Romano con soluzioni compositive e prospettiche tali da consentire una sorta di navigazione cinematografica all’interno delle stesse.

Luciano Romano svolge un appassionato lavoro di ricerca sui nuovi linguaggi dell’immagine; ciò che appare nei suoi fotogrammi è una sorta di gioco combinatorio che, prendendo spunto dagli elementi oggettivi della realtà visibile, rivela gli aspetti soggettivi di un’immagine precostituita nella mente. La visione onirica e mentale prende il sopravvento, la fotografia diventa uno strumento indispensabile per far emergere visioni che riaffiorano ciclicamente nella sua memoria, immagini altrimenti destinate a svanire nel profondo dell’inconscio.
Il suo mondo dai colori rarefatti, popolato da ombre inquietanti, oppure disabitato e metafisico, è una mise en scène della realtà che ha per contrasto una struttura compositiva rigorosa ed essenziale, progettata architettonicamente nei minimi dettagli.

Il tutto determina una contemplazione emotivamente coinvolgente ma filtrata dalla distanza, dalla sospensione nel tempo e nello spazio, dallo sguardo attraverso il vetro di una finestra metaforica che lascia trasparire la parte essenziale del tutto. Il suo sguardo obliquo si riferisce alla visione indiretta, introspettiva, che si forma attraverso l’osservazione degli altri e che diviene oggetto essa stessa della altrui percezione in un rimando senza fine.